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«Verso un’unione globale delle lotte». Parla la direttrice del Peace and Justice Project

Christine Blower è direttrice insieme a Jeremy Corbyn del progetto collettivo portato avanti da diversi componenti dell’area sinistra del Labour Party.

“Peace and Justice Project” è un progetto collettivo portato avanti da diversi componenti dell’area sinistra del Labour Party: fondato da Jeremy Corbyn, è partecipato da molte personalità che nel corso degli anni hanno lavorato con il leader laburista. Una di queste è Christine Blower, direttrice insieme a Corbyn del progetto, parlamentare del Labour e sindacalista: è stata segretaria generale dell’Unione Nazionale degli Insegnanti dal 2009 al 2016, attualmente è presidente del Comitato sindacale europeo per l’istruzione e segretaria internazionale dell’Unione nazionale dell’istruzione (NEU). Nell’intervista, in inglese sottotitolata in italiano, Christine Blower ci racconta l’articolazione del progetto e le sue prospettive future.

La trascrizione dell’intervista

Perché avete deciso di lanciare questo progetto internazionalista in questo preciso momento storico?

Mi chiamo Christine Blower e sono membro della Camera dei Lord. L’idea di “Peace and Justice” è nata quando Jeremy Corbyn non era più leader del partito laburista, e aveva chiaramente molta energia politica per fare cose diverse. L’idea di fondo è stata: abbiamo le idee e le capacità necessarie per costruire un mondo di pace e giustizia. Il progetto è un modo per portare quelle stesse idee che Corbyn ha sempre sostenuto in altri luoghi, per coinvolgere persone nuove e diverse. La pace e la giustizia sono temi più importanti che mai in un momento storico come questo di forte instabilità.

Guardando l’evento di lancio del “Peace and Justice Project”, con relatori internazionali come Yanis Varoufakis, Noam Chomsky ecc., il carattere internazionalista è stato subito evidente. Questo è interessante perché in anni recenti la dimensione internazionale è stata un po’ trascurata dai movimenti. Perché e in che modo, quindi, l’internazionalismo è centrale nel vostro progetto? E in che modo intendete connettere gli attivisti e le attiviste di diverse provenienze?

Finché c’è conflitto, a livello globale non ci sarà pace. Fino a quando non saremo tutti liberi nessuno lo sarà. Questo è sempre stato il modo di pensare di Jeremy Corbyn e del suo team. In questo senso l’internazionalismo è sempre stato cruciale. È una visione condivisa dalle persone che hanno accettato di partecipare alla presentazione – Noam Chomsky, Yannis Varoufakis, ecc –: i temi della pace e della giustizia devono essere globali. Uno dei modi per raggiungere le persone a livello globale è in parte tramite i sindacati internazionali – io per esempio ho lavorato per la Global Union Federation for Education, e Corbyn ha lavorato con molti attori a livello internazionale. Uno dei progetti che vogliamo lanciare, per esempio, è un progetto di giustizia internazionale, che al momento si concentrerà sulla pandemia e sul vaccino. Anche il progetto sul clima è chiaramente internazionale.

Da un punto di vista nazionale, quali sono le aree e i temi su cui si concentrerà “Peace and Justice” in Gran Bretagna?

Durante l’evento di lancio abbiamo presentato le quattro aree di cui si compone il progetto. Ho già menzionato la giustizia climatica, un tema tanto nazionale quanto internazionale, che guarderà al Green New Deal, sviluppato sotto la leadership di Corbyn. Il suo Green New Deal è stato ampiamente sostenuto dall’elettorato in generale perché è evidente che abbiamo bisogno di immaginare nuovi modi di organizzare la produzione e i settori connessi, per assicurare la giustizia climatica per mezzo di una giusta transizione. C’è poi il progetto sulla sicurezza economica, che intende sostenere le comunità che in Gran Bretagna sono state più colpite dall’austerità, dalla pandemia e della recessione causata dalla pandemia. Lavoreremo con le banche del cibo, le reti di mutualismo, le organizzazioni sociali e i sindacati, per mobilitare i nostri sostenitori ma anche ragionando sull’economia in senso lato, su un’economia che funzioni per molti e non per pochi.

Il lavoro che intendete svolgere con i sindacati è molto interessante. Un tema centrale nel tentativo di trasformare radicalmente le nostre società è l’organizzazione politica, come ben sai data la tua lunga esperienza nei sindacati. Come pensate di interagire con i sindacati e in particolare con i sindacati indipendenti, che si stanno affermando in molti paesi, nel settore sanitario, nelle università e nelle scuole?

I sindacati tradizionali non sempre hanno saputo stare al passo con i tempi, con l’esigenza di darsi nuove forme di organizzazione, per entrare in contatto con nuove figure nel mondo del lavoro, le cui condizioni sono spesso pessime – hanno contratti a zero ore, sono sfruttati, e non sono organizzati. Ci sono sindacati nuovi che invece tentano di organizzare questi settori. Il nostro progetto intende lavorare con questi sindacati, che a loro volta ora lavorano con i sindacati più tradizionali, perché il nostro obiettivo è chiaramente sostenere i diritti dei lavoratori. Sono i sindacati nuovi che hanno raggiunto questi lavoratori, che parlano di ciò che può essere fatto per, con e per conto loro, ed è per questo che il nostro progetto, nell’area della sicurezza economica, è molto interessato a lavorare con questi sindacati.

Quanto dell’esperienza del Labour Party e di quel glorioso momento [sotto la leadership di Jeremy Corbyn, 2015-2019, il Partito Laburista è diventato il più grande d’Europa per numero di iscritti, ndt] può essere fatto confluire in questo progetto? In secondo luogo, cosa cambia dal punto di vista dell’organizzazione e della strategia quando si lavora a un progetto che è fuori dal partito – rispetto al lavoro che avete fatto dentro il partito? Infine, come vedi il rapporto con il partito, come struttura, ma anche con i militanti e i suoi membri?

C’è stata inizialmente un po’ di confusione tra i militanti e i membri del partito quando abbiamo presentato il progetto. Questo non è un nuovo partito e continuiamo a ripetere che bisogna impegnarsi nel progetto rimanendo dentro il partito. Il partito ha bisogno di persone che portano avanti il tipo di analisi politica e gli obiettivi in cui il progetto crede. In questo senso la questione se lasciare il partito non si pone. Il partito è sempre stato un contenitore molto vasto, c’è chi è sempre stato a sinistra, chi si dichiara esplicitamente socialista, c’è una componete social-democratica e così via. È evidente che a credere nel progetto saranno inizialmente le persone che hanno sostenuto Jeremy, ma lo faranno stando nel partito. Ci sono persone, come me, che si riconoscono nel partito, che vogliono lavorare nel partito sulle questioni che ci stanno a cuore, e parallelamente al progetto. Quello che dobbiamo fare è dire alle persone che sono iscritte al partito che c’è un modo per promuovere le politiche in cui crediamo, che ci sono molte cose che si possono fare in parallelo, restando membri.

Vorremmo chiedere anche come avete a fatto a mobilitare così tante persone con il manifesto del 2017 e quello del 2019 attorno a questioni che erano percepite come radicali. Dall’Italia abbiamo assistito alla costruzione di un’agenda che qui non sarebbe mai entrata nel dibattito pubblico. In Gran Bretagna, invece, nel 2017, avete ottenuto il 40% del voto. Come avete raggiunto questo risultato?

È interessante che tu dica radicale. In termini di politica britannica lo era. Eppure c’erano persone, persone che sposavano le nostre politiche, che dicevano che l’agenda era terribilmente moderata. Se prendi alcune di queste rivendicazioni vedrai che in molte parti della Scandinavia, per esempio, sono normali. Il fatto è che le persone giovani, e non solo – io per esempio faccio politica da molto tempo – hanno capito che c’era un modo diverso di fare politica. Si è trattato di mobilitare le persone in una maniera diversa, e di pensare alle politiche in una maniera diversa. Per fare un esempio, uno dei punti della campagna elettorale del 2019 era l’accesso gratuito a internet a tutta la popolazione.

Secondo alcuni questa proposta non aveva alcun senso, ma ora che sono tutti online, ora che le scuole sono chiuse questa proposta appare sotto una luce diversa, ora è evidente quanto la connessione sia essenziale per tutte quelle persone che non possono andare a lavoro o a scuola. Questo è un esempio di una proposta che all’epoca è stata accolta con un po’ di scetticismo. In realtà le persone che si interrogavano su cosa sia effettivamente radicale stavano formulando le politiche giuste. Le persone chiedevano qualcosa di diverso al partito e ci siamo presentati al momento giusto. Era lo stesso periodo in cui cresceva l’entusiasmo per Bernie Sanders dall’altra parte dell’Atlantico. C’era la sensazione condivisa che era possibile fare le cose in una maniera diversa.

Siamo entrambi postdoc in Gran Bretagna. In questi anni abbiamo assistito alla costante mercificazione del mondo accademico, all’inasprirsi dell’approccio neoliberale all’istruzione. Vorremmo chiedere in che modo il “Peace and Justice Project” affronterà questo nodo e in generale, che rapporto avete con il mondo accademico e dell’istruzione?

Durante l’iniziativa di presentazione del progetto abbiamo discusso le quattro aree principali su cui stiamo già lavorando, tuttavia pensiamo che il tema dell’istruzione, nella sua interezza, sia fondamentale – è un settore in cui Jeremy Corbyn si è sempre speso nel corso della sua carriera politica. Uno dei punti del Manifesto del Labour Party era la creazione di un sistema nazionale dell’istruzione, perché come sapete il sistema neoliberale ha portato a una deregolamentazione massiccia. Con la pandemia è diventato evidente che il modello su cui si basa l’istruzione semplicemente non è un modello, non è sostenibile. Le rette sono altissime e il sistema si tiene su queste rette: ora questo sistema è al collasso – per quale motivo gli studenti dovrebbero pagare delle rette simili per avere così poco in cambio. Vogliamo lavorare con la University and College Union per analizzare diversi modelli – chiaramente dobbiamo eliminare queste rette, avere un approccio diverso. Lavoreremo con l’accademia da più punti di vista, sia nel campo della ricerca, ma anche con gli studenti e i sindacati, per elaborare un modello di istruzione che sia accessibile. Vogliamo lavorare a un modello che non sia neoliberale.

A questo proposito, quest’anno ricorre il ventennale del Processo di Bologna che ha “riformato” l’università. Si sarebbe dovuto tenere un incontro qui a Roma, poi posticipato a causa della pandemia. Il “Peace and Justice Project” ha intenzione di partecipare a incontri del genere? Ma penso anche, per esempio, al COP26 che si terrà a Glasgow…

Fino a dicembre dello scorso anno ero presidente della ETUCE, la European Trade Union Committee for Education, che ha un gruppo dedicato al Processo di Bologna. In questo senso c’è un lavoro sostanziale di coordinamento con i sindacati, di sostegno al lavoro dei sindacati. Il nostro sindacato nazionale, la UCU, è anche impegnato in questo senso. Ci sono peraltro molti aspetti terribili del sistema inglese che vengono discussi da quel gruppo e che fanno inorridire molti. Per quanto riguarda la COP26, invece, avrete visto che all’evento di presentazione del progetto ha partecipato Scarlett Westbrook, una studente e attivista per il clima. Sarebbe bello poter essere presenti di persona a Glasgow, anche se può darsi che a causa della pandemia la nostra attività dovrà svolgersi online. A questo tavolo vogliamo portare la questione della sicurezza e della giustizia economica che è legata alla questione del clima, che è di massima importanza per le persone giovani come Scarlett. Sono spesso i giovani, che a loro volta influenzano i genitori, a determinare dei cambiamenti reali, in età in cui non possono neanche votare. Istruzione e clima sono collegati, e di questo non si discute abbastanza, sia a scuola che all’università. È un collegamento su cui bisogna insistere.

Vorremmo concludere chiedendoti quali sono i prossimi passi che intendete intraprendere come “Peace and Justice Project”…

Al momento stiamo lavorando sui quattro progetti che ho menzionato prima: il tema della giustizia e della pace globale, il progetto sulla sicurezza economica. C’è una terza area – che ho dimenticato di descrivere – che riguarda la costruzione di una società più democratica fondata su un sistema di media socialmente responsabili. Non so bene quale sia il vostro ambito di studio, ma sarete sicuramente al corrente dell’impatto negativo che hanno in questo ambito alcuni individui, alcune grandi società e i loro monopoli. È un tema molto importante per noi, al pari dell’ultimo, che riguarda la giustizia climatica. Al momento stiamo organizzando delle tavole rotonde per discutere di questi temi. Ci sono poi persone entusiaste di questo progetto che hanno chiesto di organizzare riunioni a livello territoriale dove possano incontrarsi attivisti e persone interessate. Io, ad esempio, parteciperò a una di queste riunioni, purtroppo da remoto, che si terrà con persone di Nottingham, fra due settimane.

Dove presenterò quello che stiamo facendo, le tavole rotonde, le idee che stiamo sviluppando, parlando anche di come è possibile partecipare. Ma anche per ascoltare le loro idee: una delle caratteristiche del modo di fare politica di Jeremy Corbyn è sempre stata la voglia di ascoltare le persone interessate – Jeremy ha sempre sostenuto, per esempio, la necessità che la voce dei lavoratori venisse ascoltata nelle fabbriche, quando si discuteva di come dovesse svolgersi il loro lavoro. Allo stesso modo, se parliamo di Green New Deal, abbiamo intenzione di parlare con i sindacati e chiedere loro come dovrebbero essere trasformati i processi produttivi.

Questi sono i campi in cui siamo attivi, non posso ancora darvi una lista dettagliata, ma quello che posso dirvi per certo è che stiamo sviluppando questi progetti in modo tale da consentire la partecipazione attiva di quanti vorranno contribuire. Credo che un approccio simile veicoli una diversa idea di partecipazione politica. Quando si lavora nel contesto di un partito politico è facile che si finisca per concentrarsi sugli aspetti burocratici delle riunioni. Al momento non possiamo manifestare nelle strade, ma possiamo, credo, attivarci in numerose attività virtuali. Svilupperemo queste idee nel corso dei prossimi mesi, e potremmo per esempio sentici nuovamente, vi potremmo raccontare quali sono stati i nostri successi, quali sono i passi successivi

Certo, ci piacerebbe molto, cercheremo di seguire gli sviluppi del vostro progetto. Ci rendiamo conto ora che non abbiamo ancora presentato il nostro progetto editoriale. Siamo un canale d’informazione indipendente di sinistra, lavoriamo con diversi formati, con video, interviste, ecc. Alcuni di noi sono giornalisti a tempo pieno, ma per la maggior parte si tratta di lavoro militante, in questo caso ad esempio, siamo entrambi ricercatori. Ecco, questo è in estrema sintesi quello che facciamo attraverso il nostro progetto Dinamopress.it…

Volevo aggiungere, infatti, che il ruolo dei media indipendenti progressisti e di movimento è davvero molto importante. Anche in Gran Bretagna abbiamo canali d’informazione alterativi ai media mainstream, e uno degli obiettivi del progetto è proprio quello di democratizzare i mezzi di informazione in generale. E osservare fonti alternative, guardare a come voi funzionate, è per noi interessante e utile.

Siamo stati molto sorpresi nel notare quanta poca copertura è stata data al vostro progetto in Italia e per questo abbiamo pensato fosse necessario contattarvi. In passato i media italiani hanno invece dato ampia copertura a Jeremy Corbyn. In un certo senso vorremmo cercare di rianimare questo interesse.

I media mainstream dedicheranno sempre molto spazio ai partiti di governo e poi, in secondo luogo, ai principali partiti di opposizione. Jeremy Corbyn non è più il leader del principale partito di opposizione, purtroppo per noi. Ma le sue idee e il suo entusiasmo per questo progetto hanno catturato l’attenzione di alcuni media. L’evento di lancio del progetto è stato trasmesso da Al-Jazeera, per esempio, e anche Novaramedia ha contribuito. Quindi sì, direi che abbiamo un seguito fuori dei mezzi d’informazione mainstream.