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La Costituzione per salvare l’Italia

L’economia italiana è da tempo sotto attacco a causa del prevalere del sistema economico predatorio neoliberista, fortemente voluto dalla BCE e dalla Commissione Europea, nonché dalle Istituzioni finanziarie internazionali: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale per gli investimenti, Il WTO (il Trattato per il commercio), cui hanno fatto seguito altri “Accordi”, internazionali (TTIP, CETA), o Europei (Patto di stabilità, Six Act, Mes, ecc.).

L’emergenza del corona virus ha aggravato enormemente i problemi preesistenti, poiché, con le restrizioni delle attività economiche, resesi necessarie per contenere i contagi, si è prodotto un calo molto forte della produzione e il conseguente ricorso all’indebitamento europeo per 209 miliardi di euro, oltre fortissimi scostamenti di bilancio, anch’essi produttivi di un alto incremento del debito pubblico. La situazione, sia sotto il profilo sanitario, che appare sempre più fuori controllo, sia sotto il profilo economico finanziario, è senza dubbio drammatica. Occorre, dunque, correre ai ripari. E, prima di pensare ai rimedi, è indispensabile rendersi conto in quale situazione economico finanziaria ci troviamo.

Il primo punto da porre in evidenza è che viviamo in un mondo che è profondamente cambiato negli ultimi decenni ed è caratterizzato dal fenomeno della “globalizzazione”. Globalizzazione delle informazioni, che arrivano in tutto il mondo in tempo reale. Globalizzazione delle comunicazioni delle persone. Globalizzazione nello spostamento delle merci (ma non dei lavoratori). Tutto frutto dello sviluppo tecnologico (che ha creato la “tecnocrazia” di coloro che dispongono dei mezzi telematici), nonché delle trasformazioni della stessa finanza, la quale, utilizzando i mezzi tecnologici in questione, è diventata velocissima e imperscrutabile e per di più è riuscita a far approvare dai Parlamenti leggi assolutamente irrazionali e costituzionalmente illegittime, capaci di trasformare, ad esempio, delle semplici “scommesse”, quali sono i ben noti “derivati”, in “danaro contante”. Una finanza, dunque, completamente staccata dalla realtà, che vive e prospera solo perché non compresa dalla stragrande maggioranza dei cittadini, i quali, se davvero si rendessero conto di quanti misfatti sono stati vittime, certamente troverebbero la forza di ribellarsi e di far valere i loro diritti tanto profondamente calpestati.

In questo confuso “mondo globalizzato” l’istinto di predominio, che è nella natura degli uomini, e quindi degli Stati, ha trovato terreno fertile per prosperare. Il tutto è stato fondato su un ben preciso pensiero: il pensiero unico, divenuto dominante, del neoliberismo. Il che ha sconvolto il “sistema economico” sancito in Costituzione: quello Keynesiano, il quale prevede la distribuzione dei beni alla base della piramide sociale (in modo che i lavoratori vadano ai negozi, questi chiedano merci alle imprese e queste ultime producano e assumano altri lavoratori) e soprattutto l’intervento dello Stato, cioè del Popolo, nell’economia, in modo che si possa disporre di un ampio patrimonio per far fronte agli investimenti, alle riconversioni industriali, al soddisfacimento dei bisogni di tutti. Del resto è quanto si legge nell’articolo 41, comma 2, della Costituzione, il quale prevede che: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Contro questo “sistema economico” ha prevalso il “sistema economico predatorio” del neoliberismo, il quale prevede che la ricchezza sia nelle mani di pochi, che tra questi pochi ci sia una forte concorrenza e che lo Stato sia tenuto fuori dall’economia. E’ stato creato così un “meccanismo” che prevede “privatizzazioni”, “liberalizzazioni”, “delocalizzazioni” e “svendite, ed è tutto rivolto alla distruzione dello Stato comunità, alla riduzione dell’individuo a singolo soggetto agevolmente manovrabile dai poteri forti, alla distruzione del diritto, che è fondato sull’eguaglianza, e al prevalere della forza bruta. In ultima analisi un sistema creato al fine preciso di porre fine alla “nostra civiltà”.

E tutto è stato preparato per tempo, adottando il duplice sistema della menzogna e dell’attendismo. Si può affermare che dalla fine degli anni settanta del secolo scorso e, più precisamente, dall’assassinio di Aldo Moro in poi, l’ultimo vero difensore dell’Italia e della economia italiana, questo gruppo di cinici destabilizzatori del nostro Paese hanno sempre colto l’occasione propizia per destrutturare la Comunità politica italiana. Ad esempio, una circostanza a loro favorevole è stata la diffusa opinione dell’inefficienza della pubblica amministrazione, e allora, come tutti ricorderanno, la cantilena più usata è stata “privato è bello”, “più mercato e meno Stato” e così via dicendo. Ma la cosa più grave è che questi “poteri”, subito battezzati “poteri occulti”, si sono presto impadroniti dell’informazione, specie quella televisiva, in modo da bombardare le menti di tutti, riempendole di falsità, che presto, per effetto della continua ripetizione (tecnicamente si dice “accumulo”), sono diventate verità assolute.

A ciò si è aggiunta l’azione detestabile di illustri economisti e giuristi universitari, presto diventati Ministri, i quali si sono affrettati a dare prevalenza al “diritto di proprietà privata”, in modo da porre le premesse per l’attuazione del “meccanismo” sopra ricordato, puntando soprattutto sulla “privatizzazione” dell’intero patrimonio pubblico, cioè della linfa vitale indispensabile per la vita e il progresso dell’intera Comunità dei cittadini. In tal modo le “fonti di produzione della ricchezza nazionale”, che sono “proprietà pubblica collettiva” del Popolo italiano “a titolo di sovranità”, sono passate in mano privata, specialmente straniera.

A questo fine è stata falsata la giusta interpretazione data da Massimo Severo Giannini, illustre giurista del  secolo scorso, all’interpretazione del primo comma dell’articolo 41 della Costituzione, secondo il quale “la proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati”. La “proprietà pubblica”, ha precisato il Giannini, è ”la proprietà collettiva demaniale” del Popolo, una proprietà “inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”, e quindi “fuori commercio”, da non confondere con la proprietà privata che Stato, enti o privati hanno sui “beni economici”, cioè sui “beni commerciabili”.  Sennonché si è parlato indifferentemente di “proprietà”, facendo scomparire la caratteristica dell’inalienabilità della “proprietà pubblica” e facendo credere che tutti i beni appartenenti allo Stato fossero alienabili e privatizzabili.

Ed è da precisare in proposito che la “privatizzazione” dei beni e servizi “in proprietà pubblica” è un “atto fraudolento”, poiché, nel trasformare l’Ente pubblico in una SPA, si sottrae furtivamente al Popolo la sua ricchezza, per farla finire nelle mani di pochi “proprietari privati”, per l’appunto i “soci” della SPA, che sono quasi sempre stranieri e funzionano da pompe aspiranti della nostra ricchezza, per trasferirla in altri Paesi.

In questo quadro risulta evidente che, venendo a mancare il “demanio”, cioè la proprietà pubblica del Popolo, in ultima analisi l’intoccabilità del “territorio e delle fonti di ricchezza che sul territorio insistono”, è venuto meno quel diaframma (gli interessi della Collettività) che fermava in ben determinati limiti gli appetiti dei privati, consentendo che si passasse da una “economia dello scambio” (cioè dello scambio dei beni ritenuti commerciabili), all’economia della “concorrenza”, nel senso che nulla si può opporre al singolo privato  per impadronirsi di qualsiasi bene.

Rotti così gli argini, è avvenuto che, in un mondo globalizzato, non ci sono stati limiti alla più sfrenata “competitività internazionale”, la quale è stata vincente anche all’interno dell’Unione Europea, dove, a dispetto del principio dell’eguaglianza tra gli Stati e del principio della coesione economica e sociale, Paesi come l’Olanda, il Lussemburgo e altri, sono diventati “paradisi fiscali”, addirittura con il beneplacito della Corte di Giustizia, con la conseguenza, un tempo inimmaginabile, che gli Stati del sud Europa, e oggi principalmente il nostro, sono stati costretti a “indebitarsi” e a “svendere” il proprio territorio.

Il rimedio, come si diceva, è nella Costituzione, cioè nella difesa della Comunità politica e del suo patrimonio.

A questo fine è evidente che occorre innanzitutto difendersi dagli assalti del mercato generale, facendo ridiventare fuori commercio il patrimonio pubblico del Popolo. Ciò è perseguibile se si “rinazionalizzano” le “fonti di produzione di ricchezza nazionale”, rendendole “demaniali”, cioè fuori commercio. In una visione moderna, infatti, il “demanio” non dovrebbe arrestarsi ai beni del cosiddetto demanio “naturale”, ma dovrebbe riguardare anche le imprese strategiche, i servizi pubblici essenziali, le fonti di energia, le situazioni di monopolio e soprattutto i “beni comuni”, essenziali per soddisfare i bisogni e i diritti fondamentali.

In questa maniera, non è chi non lo  veda, è possibile ricostruire un “mercato interno”, per il quale non ci sarebbe bisogno dell’euro, ma basterebbe una moneta nazionale parallela, garantita, magari, dalle somme di euro avute in prestito. In tal modo si eviterebbe di gravare sulle generazioni future e si potrebbero agevolmente restituire i prestiti, onerosi o non, alla loro scadenza.

E’ da sottolineare d’altro canto che, se si riesce a far rivivere lo Stato comunità, nel quale Sovrano è il Popolo, una nuova strada si apre ai singoli cittadini per far valere quello che il Dossetti chiamava il diritto di “resistenza”, rinvenibile nelle norme costituzionali che assicurano la “partecipazione” dei cittadini al governo della cosa pubblica.

A questo punto, come agevolmente si capisce, il discorso si sposta sulla responsabilità dei singoli cittadini. E a questo riguardo è da sottolineare che l’articolo 2 della Costituzione sancisce che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Dunque il cittadino ha due campi di attività: quella che riguarda il suo personale diritto per la tutela dei suoi interessi e quello che riguarda il suo diritto collettivo, un diritto che coincide con quello di tutti gli altri consociati, per cui egli “ha il dovere inderogabile di agire”, anche e soprattutto, nell’interesse dell’intera Collettività. Di qui, diremmo, una vera e propria chiamata alle armi per difendere la Patria (che è dovere sacro del cittadino: art. 52 Cost.) dalla guerra economica scatenata dalla finanza e dalle multinazionali, le quali, come poco sopra si diceva, sono riusciti addirittura a creare, al posto del “sistema economico produttivo di stampo Keynesiano”, che giova all’intera Collettività, un  “sistema economico predatorio neoliberista”, che distrugge la Collettività e protegge i peggiori cittadini, cioè gli speculatori che vivono sulle spalle degli altri.

Questo diritto-dovere di “partecipazione, questo “munus” è più volte ricordato in Costituzione. Lo troviamo nell’articolo 3, comma 2, nel quale leggiamo: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori al’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il munus della partecipazione ricompare ancora nell’articolo 43 della Costituzione, dove è scritto che “A fini di utilità generale, la legge può riservare originariamente o trasferire … allo Stato, a enti pubblici o privati o a Comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale”. Tale munus è inoltre palesemente espresso nell’articolo 49 della Costituzione, dove si legge: “Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Infine molto preciso al riguardo è l’ultimo comma dell’articolo 118 della Costituzione , il quale sancisce che: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Proprio da quest’ultima disposizione emerge con sufficiente chiarezza che i cittadini, singoli o associati, possano agire nell’interesse pubblico con azioni popolari, facendo valere i diritti di tutti. Questa azione è esercitabile soprattutto a proposito delle “privatizzazioni”, le “liberalizzazioni”, le “delocalizzazioni” e le “svendite”, poiché dette operazioni contravvengono palesemente la nota disposizione di carattere precettivo e imperativo di cui al secondo comma dell’articolo 42 della Costituzione, il quale prescrive che l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Il carattere imperativo di questa norma, peraltro di rango superiore alla legge ordinaria, consente di far annullare dal giudice i contratti, le concessioni, le svendite, che sono in contrasto con “l’utilità sociale” e la “sicurezza” dei cittadini, poiché l’art. 1418 del codice civile sancisce che i negozi contrari a norme imperative devono essere dichiarati nulli dal giudice ordinario senza limiti di tempo.

A questo proposito deve necessariamente farsi un cenno al debito pubblico dello Stato e di altre amministrazioni pubbliche. Si tratta di debiti che provengono per lo più da “speculazioni”, le quali sono inidonee a far sorgere diritti di credito o da “scommesse”, come i derivati,   le quali non hanno altro effetto che la soluti retentio, cioè non hanno nessuna tutela giuridica. Insomma questo cosiddetto “debito pubblico” è da ritenere “ingiusto” e va cancellato dai bilanci pubblici. E, a tale fine, appare chiaro che deve altresì affermarsi la legittimazione a agire dei cittadini, singoli o associati, ai sensi del citato articolo 118 della Costituzione.

A questa azione giudiziaria che può essere fatta valere direttamente da parte dei cittadini, è da aggiungere tutta una serie di provvedimenti che devono essere richiesti ai pubblici poteri. Nelle condizioni in cui ci troviamo, occorrerebbe innanzitutto chiedere allo Stato, come accennato, di immettere una “moneta di Stato” parallela all’euro, senza attendere i prestiti europei, che sarebbe stato opportuno non chiedere e che, comunque, potrebbero essere usati come garanzia delle dette emissioni di moneta. Inoltre occorre insistere perché lo Stato “nazionalizzi” i beni del Popolo che sono stati ceduti e svenduti a privati e ricostituisca così il patrimonio pubblico.

Si ricordi che i beni “in proprietà pubblica”, come già avvertito, sono “inalienabili, inusucapibili e inespropriabili”, per cui è molto importante procedere a una ricostruzione legislativa del nostro “demanio”. D’altronde si dovrebbe chiedere che il Governo usi il suo “golden power” per evitare la chiusure o la delocalizzazione di imprese. Insomma deve essere chiaro che ”attrarre capitali stranieri” non è affatto un bene, poiché gli stranieri vengono in Italia, non per aiutarci, ma per impossessarsi delle nostre fonti di produzione di ricchezza, e poi andarsene lasciando fabbricati fatiscenti e gettando sul lastrico intere famiglie.

Solo, diminuendo il debito pubblico nel modo suddetto e ricostituendo il patrimonio pubblico, ricorrendo alle nazionalizzazioni a e al golden power, dopo aver introdotto una moneta nazionale, sarà possibile ricostituire un “mercato interno” e trattare alla pari con altri soggetti economici che agiscono sul piano del mercato generale.

Intanto è da ricordare che la legislazione si sta sempre più orientando nel valutare l’importanza della partecipazione popolare attraverso il volontariato. Importantissime sono le innovazioni sancite dal decreto legislativo n. 117 del 2017, del quale ricordiamo in particolare l’art. 71, il quale prevede che siano dati in comodato beni pubblici non più adibiti a esigenze dell’amministrazione, per un periodo di trenta anni, con l’obbligo del restauro e, nello stesso tempo, con diritto dell’uso gratuito per il periodo di tempo summenzionato.

di Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

Fonte

Vedi anche: I primi atti del governo confermano la sua natura neoliberista